PADRE ALDO MARCHESINI

Bologna, 14 maggio 2017 - Di sé dice: «Sono sacerdote, chirurgo e missionario». Vangelo, bisturi e Mozambico. Ogni parola trasuda di una normalità che di tale non ha proprio nulla. Non basta una Treccani per raccontare chi è e cosa ha fatto padre Aldo Marchesini. «Mi sentivo padre e medico: due o uno? Fu il cardinale Lercaro ad aiutarmi: devi fare il medico come fai il sacerdote ed essere medico come sei sacerdote. Io sono sacerdote: questa è la mia identità; pratico la medicina: è il mio modo di vivere il sacerdozio».

L'Africa. «Quando da seminarista mi chiesero di indicare tre preferenze per la mia destinazione, risposi: missione, missione, missione». E Mozambico fu da più di quattro decadi: «La mia vita è là, voglio restare là» al punto da essere designato, nel 2014, «cittadino onorario» . Una cerimonia molto pomposa che lui descrive con assoluta ironia, non vedendoci, peraltro, nulla di straordinario. Come, sempre nel 2014, la consegna al Palazzo di Vetro del World Population Award, destinato dall'Onu a chi si è distinto nel migliorare la salute della popolazione mondiale. Il discorso lo dedica ai poveri. «Mi sono commosso tre volte». Con i poveri, «è più facile perché, cita il Vangelo, "Padre hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli"». Con gli ultimi, «è tutto più semplice, si aprono, ti accolgono e tu ricevi».

Bolognese di via del Porto, classe 1941, Aldo, non ancora dehoniano, frequenta il liceo Righi e la chiesa della Madonna dei Poveri in via Nosadella. Dove arriva la chiamata. «Sentivo la vocazione: è un sentimento unico indescrivibile. Lì decisi che sarei stato prete in missione». Ma il suo cammino verso il Mozambico è ricco di deviazioni. Suo padre gli suggerisce l'università per un anno. «Scelsi medicina. Ma avrei dovuto rinunciarvi» per indossare la talare. Il Concilio Vaticano era lontano: non si poteva essere sacerdote e medico. I dehoniani chiedono la dispensa a papa Giovanni XXIII. E così padre Aldo riapre i libri. Teologia in Trentino; anatomia all'Alma Mater.
Il Mozambico è a portata di stetoscopio. Quasi. Tappa a Lisbona per la specializzazione in malattie tropicali (il Mozambico è ancora portoghese), corso per la lebbra ad Addis Abeba, ma prima l'Uganda. «Era la prima volta che uscivo dall'Italia da solo: lo Spirito Santo aiuta».

Erano gli anni '70 e la meta è Kalongo, l'ospedale fondato dal padre comboniano Giuseppe Ambrosoli che diventerà il suo grande mentore. Per il tavolo operatorio «ci vuole entusiasmo» quanto alla tecnica si studia e si applica. «Vieni in ospedale e impari ciò che è necessario, mi disse padre Ambrosoli».

Il primo intervento da solo, a Lira in Uganda, un ragazzo di 12 anni. «Mi sentii come san Paolo a Corinto: paura». Arriva "un angelo: Piero Corti", fondatore di un ospedale da 400 letti a Gulu. «Sentivo la difficoltà: dovevo studiare, ma i miei libri erano in viaggio. Dicembre fu un tormento». Bisturi e libri. «In quel mese diventai un uomo: per affrontare il peso della responsabilità, la paura occorre coraggio».

Mocuba, Songo e Tete: unico chirurgo tra gli ospedali mozambicani, fino a quello definitivo a Quelimane. Padre Aldo è un fiume. Si commuove. Ripensa ai malati. In Mozambico, forma medici di ogni nazionalità, mette a punto tecniche e avvia programmi sanitari. Nel 2003, lo choc. Scopre di essere sieropositivo, operando e assistendo donne partorienti sieropositive viene contagiato. «Rimasi pietrificato». Nella lettera ai Romani «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» trova la risposta.

Ma a quel punto avverte forte l'ingiustizia: da italiano ha accesso ai farmaci che lo avrebbero salvato; i mozambicani no, «morivano». Inaccettabile. In suo aiuto, arriva prima la Comunità di Sant'Egidio, poi l'onlus Pmo. «Apriamo un primo ambulatorio a Quelimane per distribuire in modo gratuito i farmaci salvavita». L'inizio. Ora, grazie all'intervento statale, in Mozambico quelle medicine «sono gratis per tutti».